L’autosabotaggio viene normalmente osservato dal punto di vista del comportamento.
Procrastini. Eviti. Perfezioni. Ti fermi. Cambi idea. Non fai ciò che avevi deciso di fare.
Visto dall’esterno, il comportamento sembra contraddittorio.
Da una parte vuoi qualcosa.
Dall’altra fai esattamente ciò che ti impedisce di ottenerlo.
E così il comportamento diventa il problema da correggere con più disciplina, più motivazione, più controllo, più lavoro su di sé.
Ma quello che chiami autosabotaggio è la parte finale di una sequenza precisa.
È l’effetto finale di un meccanismo che, dal punto di vista del tuo sistema mente-corpo, ha una logica.
Perché mentre una parte di te cerca di andare verso ciò che desideri, un’altra sta cercando di garantire qualcosa che considera ancora più importante.
Puoi cambiare strategia, abitudine, routine, obiettivo — e ritrovarti davanti alla stessa dinamica con una forma diversa.
Non necessariamente perché non vuoi abbastanza ciò che desideri.
Ma perché stai osservando soltanto una delle due direzioni.
L’Antidoto lavora su quella seconda direzione.
Quando impari a leggerlo, l’autosabotaggio smette di sembrare irrazionale e incontrollabile.
Vedi cosa sta facendo.
Vedi cosa sta cercando di preservare.
E soprattutto inizi a capire perché cercare di eliminare il comportamento può lasciare intatto il meccanismo che continua a produrlo.
Prima del comportamento c’è un trigger.
Al trigger viene attribuito un significato.
Quel significato attiva una previsione.
La previsione mette a rischio una priorità.
E il comportamento interviene per preservarla.
Quello che chiami autosabotaggio è il risultato visibile di questa sequenza.
L’Antidoto non parte dalla domanda:
Come faccio a smettere di fare questa cosa?
Parte dalla domanda: